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Transessualismo "primario", "secondario", parafilie, autoginefilia:Alcune riflessioni(A cura di Mirella Izzo - Crisalide Arcitrans)Preso atto che, a tutt'oggi, non esiste alcuna certezza scientifica sulla "eziopatogenesi" del transessualismo (oggi denominato D.I.G - Disturbo dell'Identità di Genere - sul DSM IV) e che eventuali predisposizioni neurobiologiche (cromosomiche, endocrine, genetiche, cerebrali) sono ancora ben lontane dall'essere in qualche modo dimostrabili (cfr. "Il Transessualismo - Identificazione di un percorso diagnostico e terapeutico" di Belgrano-Fabris-Trombetta. Editrice Kurtis - Milano - capitolo "Ipotesi eziopatologiche sul transessualismo), ci soffermeremo sull'aspetto "psicodinamico-relazionale" del fenomeno. Questo anche perché - a tutt'oggi - è proprio nelle dinamiche psicologiche che vengono trovati i segni di una diagnosi di "transessualismo (DIG)" utile ai fini dell'autorizzazione per la riattribuzione sessuale ai sensi della legge 164 attualmente in vigore nel nostro paese. Il principale discrimine che accomuna quasi tutte le teorie sull'origine del DIG è la divisione tra transessualismo primario e transessualismo secondario. Una suddivisione molto importante e con significative conseguenze per noi transessuali in quanto una diagnosi di transessualismo secondario difficilmente può dar corso ad una perizia favorevole per l'intervento di riassegnazione chirurgica del sesso (da ora SRS). Se da una parte la definizione di transessualismo primario corrisponde perfettamente allo "stereotipo" ormai conosciuto da tutti del transessualismo (esordio precoce, preferenza di giochi dell'altro sesso, rifiuto dei propri genitali, travestimento non feticistico), diversa è più complessa è la definizione di transessualismo secondario. Secondo A. Godino, A. Lacarbonara in "Identità multiple- psicologie del transessualismo" - (Franco Angeli Editore - 1998) "per transessualismo secondario si intende una situazione clinica che ha l'apparenza di una condizione transessuale primitiva (...) ma che in effetti è il sintomo e l'effetto secondario di un disturbo mentale". Secondo gli stessi autori il transessualismo secondario si può dividere in tre sottocategorie:
Secondo Godino-Lacarbonara "in questi casi (...) l'autorizzazione al cambiamento di sesso va senz'altro negata..." Differente valutazione del termine fanno invece Fabrizio Delle Grotti e Biagia Todino in "Transessualismo e Identità di Genere - indagine clinica e sperimentale - (Edizioni Universitarie Romane - 1999) a cura di Vezio Ruggieri e Anna Rita Ravenna.. Sul transessualismo secondario essi dichiarano: "Alcuni autori (Riva, 1985; Baldaro-Verde, 1991) parlano di Transessualismo primario e secondario e sembrano fondare la distinzione sul periodo di manifestazione del fenomeno: prima infanzia vs. asolescenza. Di fatto gli stessi autori collegano al concetto di Transessualismo secondario le categorie di transitorietà, reattività, disturbi psichiatrici primari e si pongono fuori dai criteri del DSM IV e dell'ICD-10, generalmente adottati nella definizione del transessualismo. In questi casi a noi appare più opportuno utilizzare il termine pseudotransessualismo, riservando la dizione secondario a quelle situazioni in cui, nel rispetto dei criteri del DSM IV, le manifestazioni si evidenziano in età adolescenziale o adulta. Gli autori in questo caso tendono a considerare sia il transessualismo primario che quello secondario come vero transessualismo e definiscono come pseudotransessualismo le condizioni "patologiche" che ne simulano i "sintomi". La questione si complica nuovamente leggendo quanto sul tema viene detto ne "Il transessualismo" (opera già citata) da Fabris, De Vanna, Scapin. Rifacendosi anch'essi al DSM IV arrivano a conclusioni opposte a quelle di Delle Grotti e Todino. Essi infatti considerano nuovamente i transessualismi secondari come pseudotransessualismi (GIDNOS) ed - escludendo i casi di intersessualità - attribuiscono loro uno stato di "comorbilità psichiatrica" che può essere:
In un tale clima di incertezza diagnostica, la "sorte" di una persona transessuale sembrerebbe più legata alla struttura o al professionista contattato che non ad una condizione di oggettività diagnostica. Fabris, De Vanna e Scapin rivolgono poi particolare attenzione alle cosiddette "parafilie" come possibili origini di una "sindrome transessuale secondaria". Sono considerate parafilie tutti quei "disturbi" caratterizzati da un'eccitazione sessuale canalizzata o su oggetti (feticismo) o su situazioni erotiche "anomale" rispetto alle normali modalità di eccitazione e che interferiscono sulla possibilità di una sessualità reciprocamente affettuosa. Sono considerate parafilie:
Solo ed esclusivamente per l'autoginefilia viene riportata la possibilità di una coesistenza della stessa con una genuina DIG. Il rapporto tra parafilie (in particolar modo l'autoginefilia ma non solo) e transessualismo rappresenta, a mio parere, il punto più critico e discutibile degli attuali criteri diagnostici "dominanti". Le parafilie infatti vengono considerate come possibili cause di crisi transessuali non permanenti o comunque tali da non consentire ed autorizzare l'intervento di riassegnazione sessuale. Per il "transessualismo secondario" nel quale vengono incluse a tutti gli effetti le "parafilie", Fabris, De Vanna e Scapin prevedono infatti che "... è invece importante, in prima istanza, cercare di porre rimedio al disturbo psichico che ne è alla base". Non è però chiarito cosa fare in seconda istanza, qualora la risposta transessuale fosse l'unica via d'uscita funzionante alla base del supposto disturbo psichico né se e con quali metodologie diagnostiche sia possibile "guarire" dalle parafilie in genere e dall'autoginefilia in particolare. Inoltre nello stesso testo (capitolo "il rapporto con lo psichiatra"di Vanna - Fabris) si dice, in riferimento a casi di pseudotransessualismo derivato da disturbi psichiatrici, che "alla categoria delle persone psicopatiche appartengono anche quei perversi sessuali che, con l'intervento chirurgico, vogliono mettere fine ai propri comportamenti da zoofili o da pedofili, vissuti ormai come intollerabili anche da loro stessi". L'unica costante di tutte le analisi esposte è che le parafilie (vengano esse classificate come transessualismo secondario o pseudotransessualismo) possono sfociare in una sindrome pseudo - transessuale e che in presenza di questo quadro diagnostico sia da evitare l'autorizzazione sia all'intervento chirurgico sia alla prescrizione di una terapia ormonale. Ciò che sinceramente stupisce è la mancanza assoluta di indagine che inverta il rapporto causa ed effetto, ovvero che ipotizzi l'insorgenza delle parafilie a seguito di un disturbo dell'identità di genere rimosso o negato e che solo nell'accettazione e maturazione della decisione di transizionare queste dinamiche trovino remissione. Questa ipotesi ha maggior valore per l'autoginefilia ma potrebbe interessare anche altre parafilie ed è nostra convinzione che possa essere decisamente più credibile di quella attualmente presa in considerazione dalla scienza ufficiale. In USA sono ormai molte le transessuali autoginefile operate e non sembra affatto che per esse il follow up post operatorio abbia dato risultati diversi dalle transessuali primarie (vedi anche articolo su autoginefilia). Prossimamente pubblicheremo in traduzione italiana le F.A.Q. sull'autoginefilia dell'americana Anne Lawrence, M.D che porta alcuni primi dati a comprova di questa ipotesi. Il ribaltamento tra cause ed effetti, in questa circostanza, avrebbe un valore davvero dirompente, in quanto riporterebbe nell'alveo del transessualismo "vero, genuino" molte delle situazioni oggi definite secondarie (o "pseudo") ed allargherebbe di molto la casistica di persone che potrebbero usufruire del diritto alla propria identità di genere. E' noto a chiunque si occupi di transessualismo che in questi ultimi anni la percentuale di persone che prova il desiderio di transizionare in età ormai adulta, dopo avere avuto una vita apparentemente normale nel genere di nascita, è in forte aumento. Preso atto di questo dato, se fosse vera l'ipotesi attualmente dominante, bisognerebbe concludere che nella popolazione sono in forte aumento le perversioni sessuali ed in particolar modo le parafilie. Se invece si considerasse l'ipotesi che abbiamo proposto, la spiegazione di questo aumento potrebbe essere più facilmente ricercata in una maggiore libertà ed accettazione sociale del fenomeno transessuale. Altro aspetto della questione che non ho mai visto preso in considerazione è se il DIG possa essere un fenomeno evolutivo o stabilizzato e costante. Spesso si legge che il DIG ha una sintomatologia ad esordio precoce, costante nel tempo, simile al delirio paranoico nella sua determinata costanza. Quello che invece noi transessuali possiamo vedere nella realtà è che non sempre le cose stanno in questo modo. Molto frequentemente invece le persone che lamentano un disagio forte e costante e che vogliono transizionare hanno avuto nella propria storia personale un alternanza di periodi in cui hanno vissuto nel proprio genere genetico seguiti da momenti di crisi, in un crescendo di intensità tale da far pensare che il DIG possa presentarsi anche sotto forma di fenomeno in evoluzione. A nostro parere probabilmente esso non è necessariamente immutabile nel tempo ma può anche essere un "fenomeno" che cresce e si sviluppa con il crescere e svilupparsi della persona, anche se -pare -ben raramente tale sviluppo possa in qualche modo essere reversibile... Ovviamente tutte queste ipotesi sarebbero da studiare in profondità, seguendo più casi con occhi aperti e con la disponibilità ad esplorare nuovi percorsi "diagnostici". Il diritto alla serenità delle persone transessuali è infatti legato anche a come verranno interpretati i segni di un disagio di genere che è sempre stato presente nella storia dell'umanità e che solo da pochi anni può offrire da un punto di vista ormonale, chirurgico e sociale un grado di soddisfazione accettabile. Concludendo, credo di poter dire che ancora molta strada deve essere fatta per comprendere appieno le dinamiche della condizione transessuale e che essa potrà essere fruttuosamente percorsa solamente con il contributo essenziale delle persone e dei movimenti transessuali. Anche per questo Arcitrans, con i suoi circoli locali, c'è.
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